05/03/07

Un terribile incontro: Rimini

Ero seduto a un tavolino dell’Antica Caffetteria in Piazza Tre Martiri a Rimini e gustavo uno di quegli spazi vuoti di un autunno ancora tinto di primavera, in attesa di incontrare una persona ben precisa per uno scopo determinato. Avevo prestato dei libri, dovevano essermi restituiti.
Un caffè insieme per grattar via un po’ di atmosfera commerciale allo scambio.
Ma i caffè richiedono appuntamenti, gli appuntamenti luoghi e orari, gli orari quasi sempre attese e le attese sorprese.
Il grande orologio della stazione, la pioggia, il cappotto di feltro e lo sguardo preoccupato sotto al cappello. La mia attesa era meno cinematografica e impaziente. Un momento vuoto, un permesso dalla vita in cui non si deve fare nulla. Me lo gustavo lisciandolo senza spettinarlo, evitando gli sguardi e i saluti.
Ma un incontro era comunque destinato a finire appuntato sulla mia agenda quel giorno.

Dietro di me erano seduti quattro o cinque rappresentanti di quella che si usa definire “la Rimini bene” tutti in avanzato stato di decomposizione. Al primo sguardo i colori dominanti erano delle sfumature di giallo, dall’ocra dei cappotti al beige dei foulard e dei fondotinta, al giallino delle lenti dei grandi occhiali da sole, utili a schermare i propri occhi alla vista altrui. Completava il quadro un’uniformità di capigliature castane dai volumi incerti.

Bisogna dire che l’esistenza di questa specie non mi era del tutto estranea, mi era di certo capitato di passare accanto ad alcuni di loro, sia di sentirne parlare in toni favolosi, con quel distaccato disprezzo di chi vorrebbe permettersi almeno l’invidia. Ma essere così vicino a un gruppo stanziale che stava dialogando, questo mai. Era l’occasione per incontrare un mondo a me completamente estraneo. Una cimice piazzata sotto il tavolo dei Verdurin. Cercai di diventare una spugna, assorbire ogni dato che veniva biascicato e trasportato sino a me da una brezza complice.

I protagonisti della discussione erano tre. L’unico uomo si limitava a bere un té, tenere gli occhi fissi nel vuoto e dondolarsi in un periodico tremolio che ne attestava la permanenza in vita. Un’altra signora svolgeva funzione di decoro, e di rado sottolineava questa o quella affermazione con mugolii d’approvazione o di cauta perplessità. Gli argomenti toccati erano di stringente attualità e capitale importanza. Innanzitutto gli acquisti a Parigi. Una su tutte spicca, appena tornata da una settimana di safari nella capitale, accompagnata da un’amica.
Le altre piccate “eh, ma lei ormai è parigina, ti porta in ogni buco”.
Annoto la scelta linguistica, che forse sta per boulevard, e procedo nell’ascolto.

L’argomento che impegna più a lungo è il reperimento di una buona donna di servizio per una delle tre, disgraziatamente restata senza donna di casa, costretta a cacciarla dopo averla beccata a sbucciare le cipolle senza guanti. Imparo che le cipolle non sono anti aristocratiche nella loro essenza, dipende solo chi e come le taglia. Il problema sarebbe di facile soluzione, dice una, “ma tu ce la vorresti una di colore in casa?”. “Per carità, ho anche provato ma non ce la faccio a vederla che mi gira attorno”. Pare giustamente illogico pagare qualcuno per pulire un appartamento se poi è la sua presenza a inquinarlo. La stessa che aveva tentato la prima soluzione procede con i consigli, dimostrando le sue conoscenze come procuratrice e agente del personale. “Ci sarebbero le ungheresi, ma non hanno il senso del servilismo”. Sostituire “agente del personale” con un più consono “mercante di schiavi”. Il fatto che le ungheresi non abbiano il senso del servilismo mi risolleva la giornata e mi fa pensare che le rivoluzioni, anche se represse lasciano tracce positive e persistenti.

L’ultimo argomento che il tempo mi concede coinvolge la quarta sinora muta, che si reinventa nel ruolo del gancio, della cortigiana e dell’adulatrice. “Ma che bei braccialetti che hai, sono antichi?”. “Si” risponde la seconda, che può così smettere di farli suonare come una danzatrice orientale. “Li ho comprati in Cina, mi hanno fermata tutti”. Il collegamento tra l’antichità, la bellezza e l’essere fermata per strada mi lascia perplesso davanti a tanta maestria. Il fatto che siano comprati in Cina, diverso da cinesi, è un colpo di classe. Come dire: c’è Cina e Cina. La Cina dei braccialetti di plastica, simbolo di povertà e conformismo, e quella dei braccialetti antichi. Solo in un caso ti fermano per strada. E magari anche alla dogana: per chiederti i documenti.

Nessun commento: