Quella maledetta estate: Parigi.
Quella maledetta estate del 2003 passerà alla storia come la più calda della storia europea.
L’esatto contrario delle grandi glaciazioni.
Niente campi di grano dove correre per raccogliere un po’ di vento.
E niente mare.
Un’ estate tutta metropolitana, con fiumi in secca e piscine ridotte a cisterne per la polvere. A Venezia i palazzi mostravano cercavano di nascondere negli acquitrini le gambe secche che li sostenevano.
Nei canali più interni qualche gondola era appoggiata al fondale, come un guscio di noce su un tavolo verde.
A Parigi, luogo che ha in sorte questa storia, la situazione era ancora più grave. Già da luglio il letto della Senna si attraversava sul fondale ormai non più limaccioso, ma arido e solcato da crepe.
Il fiume era davvero acqua passata. E così erano inutili anche i ponti, tanto che un artista avrebbe potuto impacchettarli e nessuno avrebbe notato la differenza. In realtà tutti continuavano a servirsene per attraversare, ma sfruttandone l’ombra come riparo, passando sotto.
Il fondale era invece lo scenario di un’attività frenetica, il paradiso di ogni archeologo di feticci quotidiani. Camminando per un’ora si potevano raccogliere collezioni di conchiglie, pezzi di porcellane, gioielli, scarpe, fossili, spazzolini da denti, dentiere, ombrelli, monete nuove e antiche, bottiglie di vetro e di plastica, borse, spazzole, penne, bicchieri.
Un tale tornava tutte le notti per cercare il biglietto, a suo dire vincente, della lotteria nazionale che aveva appallottolato e gettato da un ponte tre mesi prima. Aveva già dimenticato che nel frattempo vi scorreva il fiume. . Per strada la gente camminava rasente agli edifici, calpestando la striscia d’ombra che proiettavano. Non farlo ed esporsi al sole per abbreviare il proprio cammino voleva dire rischiare di disidratarsi entro venti minuti.
Parigi e Dakar non erano mai state cosi’ vicine.
Si respirava qualcosa che non era più aria: una materia viscosa e asciutta, ruvida e insidiosa come sabbia.
Le correnti sembravano inseguirti per le vie, incanalandosi tra gli edifici di rue de Rivoli, tagliando gli angoli e scrostando l’intonaco dalle facciate.
I giardini servivano a poco, le panchine erano arroventate e le poche all’ombra erano affollate come un autobus a Città del Messico. Al Luxembourg il laghetto centrale dove i bambini nel passato si sfidavano in competizioni veliche con barche di legno era stato convertito in pista ovale per gare di automobili telecomandate dalla distanza dell’albero più prossimo. Quasi subito dopo la partenza i bolidi fondevano il motore per la temperatura che superava i quaranta gradi.
Le uniche fontane rimaste in funzione erano in Place des Vosges. Difesa dai suoi quattro gendarmi di mattoni rossi non aveva alcuna intenzione di rinunciare al suo secolare diritto di extraterritorialità per un’ estate, per torrida che fosse. Certo per raggiungerle e tornare indietro senza perdere i sensi bisognava essere dotati di una certa abilità da scattista. La fila si faceva all’ombra di un albero, e solo quando si era sicuri di poter raggiungere la fonte sapienziale senza essere preceduti si scattava. I vecchi erano i più penalizzati, per questo ne morirono tanti quell’anno e girando per le strade ci si imbatteva spesso in mucchi di panni fuori stagione abbandonati per terra. In quella maledetta estate del 2003 i vecchi evaporavano come gocce d’acqua su piastre incandescenti.
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