22/05/07

UN GRUPPO DI PERSONE

Non riesco ancora a spiegarmi il perché me l’abbiano inviata; ci sarà sicuramente un errore.
Giro la busta e rileggo nome e indirizzo; eppure i dati corrispondono. Poi riprendo in mano il foglio e accarezzo quella sigla, minacciosamente in rilievo: ANTBCCSF. Sono stupita e allo stesso tempo indignata; non bastavano i politici che inviano tessere ad ignari nuovi iscritti al partito, no, ora anche le burle vengono recapitate direttamente a casa! Associazione Nazionale Tiratori di Bidoni Contro Chi Si Fida! Sono lieti di accogliermi nella loro grande famiglia.. Un encomio particolare per il fatto di aver saltato una fase dell’iter formativo tradizionale: quella dell’ANTBCNSF (ovviamente: l’Associazione Nazionale Tiratori Bidoni Contro Chi Non Si Fida).
Mi chiedo come abbiano fatto ad avere il mio nome; senza contare che sicuramente hanno ricevuto informazioni sbagliate. Non esiste persona più puntuale di me nel rispettare gli impegni presi. Sono così terrorizzata dall’idea di arrivare in ritardo o dimenticarmi di un appuntamento, che molto spesso rifiuto qualsiasi invito. Non è forse questa una strategia vincente? Anche nel lavoro, stessa cosa: non ho accettato quel posto che mi era stato offerto perché non credo che sarei sopravvissuta alla vergogna di timbrare il cartellino con un minuto di ritardo anche una sola volta. Per intenderci; sono fermamente convinta che questo non avrebbe mai potuto verificarsi, ma se per una sfortunata coincidenza qualche imprevisto mi avesse messo nell’impossibilità di arrivare con meno di quindici minuti di anticipo, temo che i miei nervi non avrebbero retto.
Viste queste premesse, chi dunque potrebbe avere proposto il mio nome ai bidonatori nazionali?
E’ vero che a volte, quando ancora seguivo i corsi all’Università, mi capitava di saltare le lezioni; questo non perché le ritenessi inutili o disprezzassi i professori, ma semplicemente per il fatto che la seconda norma da ricordare per evitare figuracce è che non vale la pena di uscire di casa quando non si è sicuri di arrivare in tempo (la prima, nonché assioma di riferimento per tutti i comportamenti civili, è che non si deve mai e in nessun caso arrivare in ritardo). Le mie assenze causavano episodici attriti con i compagni di corso, i quali si rifiutavano di prestarmi i loro appunti, credendo falsamente che esse (le assenze, intendo) fossero dovute a pigrizia. Sono stata addirittura accusata di essere una sfruttatrice! Queste spiacevoli incomprensioni sono state per me rivelatrici, poiché mi hanno permesso di capire che l’imperfetta percezione di onestà e correttezza può condurre alcune persone ad una visione della realtà quantomeno claudicante.

Riprendo la lettura della lettera di benvenuto, in cui un vice-presidente orgogliosamente bidonofilo (immagino che il presidente in persona abbia dato buca il giorno in cui la missiva è stata scritta) mi informa dei diritti e dei doveri dei membri dell’associazione:
1) Assoluto anonimato (che cadrebbe automaticamente qualora si venisse a sapere che ci si è presentati ad un numero di rendez-vous superiore ai tre all’anno)
2) Esenzione da quote associative di qualsivoglia genere (ad eccezione dell’abbonamento alla rivista “Aspetta e spera”, che verrà recapitata a casa con scadenza mensile, si spera).
3) Obbligo di stendere articoli per la suddetta rivista, contenenti l’elenco dei bidoni tirati, oppure il racconto di quello più spassoso, oppure quello peggio/meglio riuscito, al fine di permettere ai redattori di stilare una classifica sempre aggiornata (pena la pubblicazione nei numeri seguenti delle generalità dei colpevoli di omissione di scrittura).
Temo che quest’ultimo punto mi creerà delle difficoltà notevoli, dal momento che nella mia vita non ho mai tirato pacchi. E’ vero che non sono andata al matrimonio della mia migliore amica d’infanzia, ma in fondo lei doveva aspettarselo, dal momento che sapeva benissimo che non ho mai potuto soffrire il suo attuale marito; se poi le ho detto che sarei stata presente, l’ho fatto solo per non sembrare scortese nei suoi confronti. Non capisco perché se la sia presa tanto, quando il giorno prima della cerimonia l’ho avvisata che non sarei stata presente a causa di un forte mal di testa e di un senso di nausea persistente. Da allora si rifiuta di rivolgermi la parola; eppure non sono mai stata così sincera! In quel momento, il solo pensiero del sorriso verdastro del suo fidanzato (ero sicura che non si sarebbe lavato i denti nemmeno il giorno del suo matrimonio) mi faceva ribollire lo stomaco come un pentolone di marmellata!
Sono sicura che, se conoscessero questa storia, i membri dell’ANTBCCSF sarebbero indulgenti con me, capirebbero le mie reali motivazioni e mi giustificherebbero. Anzi, probabilmente riconoscerebbero di essersi sbagliati nel valutarmi e mi espellerebbero dal loro gruppo. A pensarci bene, forse potrei raccontare questa vicenda in un articolo del loro giornale, così da mostrare il contrasto tra un Pacco in Piena Regola e un Pacco Giustificabile e Dettato da Buone Intenzioni, come il mio. Credo che rimarrebbero senza parole…
Del resto, è giusto che sappiano come stanno veramente le cose: io sono una persona di parola, e non manco mai ad un appuntamento, tranne quando mi accorgo che arriverei in ritardo rispetto all’ora stabilita (mi sono già dilungata nella spiegazione del perchè), ed escludendo le volte in cui mi addormento o non suona la sveglia, mi sento male, trovo un programma interessante in televisione, sono rapita dalla lettura di un libro e perdo ogni nozione temporale, oppure le rare volte in cui decido di cucinare, o accendo il computer e mi collego a Internet, o anche quando mi scappa il cane e lo devo cercare per tutto l’isolato. Ma in questi casi, non ho proprio scelta! Non credete?
Oltre ad ignorare il motivo per cui l’ANTBCCSF mi ha contattata, c’è un’altra cosa che non riesco ancora a spiegarmi: chissà perché non mi sono mai trovata il fidanzato?!

UN TERRIBILE INCONTRO

Avete presente la classica fuga dal mondo? Quella che sogni tutta la vita ma nella maggior parte dei casi non trovi il coraggio di fare? Quella che è diversa per ogni persona ma che alla fine potresti riassumere con un: mollo tutto e tutti e me ne vado dall’altra parte del mondo completamente solo (o sola, nel mio caso)?
Ecco, io l’ho fatto. Ed è stata un’esperienza indimenticabile, non come quelle che racconti agli amici con gli occhi sbarrati, i gesti enfatici, e la collezione di fotografie, più completa di quella di figurine ai tempi delle elementari o delle medie. No, questa vacanza mi guarderò bene dal descriverla ai conoscenti, perché mi ha segnata indelebilmente; forse potrei parlarne con uno psicologo, uno di quegli strizzacervelli con le poltrone in pelle fuori dallo studio e la segretaria dalla minigonna vertiginosa, la camicetta bianca aperta e gli occhiali, che ti fissa insistentemente mentre tu aspetti il tuo turno con un giornale sollevato a mo’ di scudo, sperando di sentire al più presto chiamare il tuo nome…
Insomma, basta divagare e passiamo al dunque. Il mio viaggio era iniziato nel più banale dei modi, con un lunghissimo volo in aereo verso uno di quegli arcipelaghi tropicali che sembrano esistere soltanto nei dépliant delle agenzie di viaggi, e una sistemazione confortevole presso un bungalow vicino alla spiaggia.
Il primo giorno trascorse nella monotonia più desiderabile per noi instancabili lavoratori: sole, mare, spiaggia, ancora sole, e ancora mare, e poi frutti tropicali, e un caldo piacevolmente insopportabile. Sfidata la solitudine, dapprima con le armi dell’i-pod e delle riviste di tendenza (dedicate a moda, cosmesi e alle più roboanti novità sul mondo dello spettacolo), e poi con l’estremo rimedio dell’abbiocco, sono infine rientrata al villaggio. Quella che nelle mie fantasie si prospettava come una serata all’insegna di tavolate pantagruelicamente imbandite, sguardi lascivi lanciati ad abbronzati e muscolosi domatori di leoni, e balli scatenati sotto la guida immancabile delle ritmiche natiche di qualche giovane animatore, si trasformò invece nello sfondo di una tragedia mal imbastita, in cui nessun Deus ex machina scende per sbrogliare i nodi di una situazione ormai priva di vie d’uscita. E, lo dico senza esagerare, quella sera feci il più terribile incontro della mia vita.
Qualunque cosa voi possiate immaginare, è sicuramente lontana migliaia di anni luce da quanto mi accadde. Avanti, fate pure delle ipotesi… No, non ho incontrato il mio datore di lavoro, e nemmeno scoperto che il mio calciatore preferito è fidanzato con una befana di vent’anni più vecchia di lui, e neppure sono stata approcciata da un gobbo settantenne e l’alito aromatizzato al sapore di incenso e di gnocco fritto. Niente di tutto questo.
Mentre assaporavo voluttuosamente un cocktail alla frutta appena servitomi al tavolo degli aperitivi, mi sento chiamare per nome; ed ecco allora che, voltandomi nella direzione della misteriosa voce, incontro due occhi familiari su un profilo vagamente conosciuto. Solo dopo alcuni secondi, o forse minuti, riconosco in quel viso sorridente quello di un vecchio compagno di scuola, Rodolfo, perso di vista ormai parecchi anni prima. Rodolfo era stato il ragazzo più corteggiato non solo della nostra classe, ma dell’intera scuola; era un’icona presa da tutti come modello, uno di quegli individui che crea una nuova moda ad ogni minimo gesto. Nessuna di noi era mai riuscita a sedurlo, nonostante le poste sotto casa, i bigliettini durante i compiti in classe, le magliette attillate e gli abitini di due taglie in meno; lui era rimasto il divino, l’intangibile, l’ineffabile.
Ed ora se ne stava lì, a pochi metri da me, sorridente e disponibile, se non che…non era più lui; anzi, per essere più precisi, non era più un lui! Esploravo con gli occhi, cercando sconsolatamente, in quel travestimento carnevalesco, le tracce di un passato più glorioso. E, mentre la serata proseguiva in un film in bianco e nero su tempi ormai lontani, io non riuscivo a staccarmi da quelle palpebre rosate e dalle lunghe ciglia impregnate di mascara, da quelle guance perfettamente lisce e dalle sue labbra socchiuse, sensuali quanto la coppia di braccioli che usavo da bambina per imparare a nuotare; per non parlare del seno, due palle di gelato fritto rubate ad un ristorante cinese di seconda categoria… Insomma, Rodolfo si era trasformato in un’accozzaglia kitch che si faceva chiamare Caterina; e che, come mi avvidi il giorno seguente, in bikini non poteva nascondere un rigonfiamento sospetto al di sotto degli slip. Eppure, nonostante questo, riuscì nel giro di poco tempo a conquistare il mio “vicino di bungalow”, un villoso e virile esemplare di essere umano su cui avevo messo gli occhi addosso fin dal primo giorno.

haiku

AUTUNNO
Suda la terra,
sul cappotto di foglie,
le prime gocce.


ALLA NEBBIA
Soffice nebbia,
come gomma cancelli
tutti i colori.


ALLA BRINA
Tu rassomigli
al grana grattugiato,
brina sui tetti.


INVERNO
Freddo rovente,
accompagni l’inverno.
Anche nel cuore.


NEVE
Chicchi di neve
grassi bignè invernali,
ma dove siete?

17/03/07

haiku: meteo e nord

Sbuffi di verde,
Nella notte gelata
Cielo riflesso


Fiacca macaia
Spopolata campagna
Mattino in treno


L'haiku di Mario
Netturbino d'autunno:
Foglie a palate


Mormora il ghiaccio,
Sotto scarpe discrete
Crocchia e si sfrangia


Cielo sereno
A tratti nuvoloso,
Regioni del Nord


Quanti ne ho visti,
Annusare le arance
Al Supermarket


Posano stanche,
Gialle come l'autunno
Foglie di Ginko


Foglie di Ginko
Una rete di giallo
Grigie domani


Rosse le viti
Sfumeranno domani,
Grigio isabella


Restano in tasca,
Al ritorno dal viaggio
Note di carta


Si muove lento
Confondendo le mappe
L'anticiclone

Natale: note per una fiction

Note per una fiction natalizia.
Non vorrai mica rifiutare un lavoro dalla Fox, mi dicono. Certo che no. Voglio dire, anch’io ho un affitto da pagare, cosa vi credete? Però la fiction di Natale, no vi prego. Metà del budget se ne va nei cannoni sparaneve, un quarto dello stipendio in bicchieri per digerire il buonismo colloso. E poi gli addestratori di uccelli li detesto, ma ci vorrà una buona dozzina di pettirossi che becchettano alla finestra, no? Se poi dovessimo pagare il copyright sui sinonimi di “luccicante” andremmo in bancarotta. Bisogna poi sfrattare tutti i barboni di Saint Germain (si, perché quest’anno l’originalità sta nel set parigino che sostituisce l’hupper wes side). L’albero almeno non è un problema, c’è quello finto riciclato ogni anno, e grazie a dio che non si debba sentire l’odore della resina. Forse qualche finanziamento in più lo si rimedia grazie a una sequenza di primi piani tipo “apertura pacco regalo-guance rosse-marca ben in vista”.

La prima parte è sulla preparazione della cena e l’arrivo degli ospiti. Una fatwa colpisce chi si scosta dal canone. Ne ho conosciuti una decina che non hanno lavorato per anni a causa di ardite sceneggiature in cui un arrosto mancava di vino perché non se n’era trovato, o peggio “erano finiti i soldi” per lo champagne. Non esistono toppe nei pantaloni, cappotti troppo usati, nemmeno un calzino rammendato dentro un paio di scarpe nuove. I soldi sono sempre abbastanza, i figli bene a scuola, i cani di razza in casa o bastardi raccolti morenti per strada, le donne in carriera, ma devote alla famiglia, le giacche stirate e il make-up perpetuo.

L’ospite a sorpresa lo facciamo arrivare alla scena 27. Camera esterna fissa sul campanello (sentiamo ancora in sottofondo le chiacchiere della tavola). Il dito schiaccia il pulsante tondo e dorato. Bordo del cappotto con qualche fiocco di neve. Sull’eco del suono passiamo all’interno. Lei sorpresa si interrompe, guarda lui. Ma nemmeno se mi raddoppiano il compenso nel copione entra la frase “Aspettiamo ancora qualcuno?”. Meglio sfumare su lui che va ad aprire. Suo fratello tornato da una missione in Cambogia scuote la neve dal cappotto e sbatte i piedi. Ovviamente non esistono compagni uccisi, madri straziate, natali al fronte, fagioli in scatola.

Camera indietro sulla tavola e tutta la seconda parte ce la si gioca sui ricordi d’infanzia, non si escludono flashback lattiginosi. In casi disperati nemmeno il ricorso all’album di famiglia. Campanelli come se piovesse e un paio di Sinatra per la musica.
Sul finale usciamo dalla la finestra, allarghiamo sulle terrazze vicine (niente giardini con staccionata bianca sui boulevards), luci accese ovunque. Sfumiamo sul suono delle campane che chiamano a raccolta. Quadro fisso sul cielo e titoli di coda.