10/02/07

Jolanda la figlia del corsaro Nero. Capitoli inediti

CAPITOLO II bis
Camaux e Van Stiller: storia di una amicizia.

Per restare vigili i due filibustieri cominciarono a rievocare bevute e scorribande della loro ormai lunga amicizia, nata nei vicoli di Marsiglia..........
Quella sera la taverna Lo Sperone del Gallo era gremita più del solito: la vicinanza della festività cittadina di Nostra Signora della Guardia aveva aumentato il desiderio della gente di far baldoria, tanto che nell’aria si respirava una inusuale eccitazione.
Al banco principale un gruppo di mercanti aveva circondato il comandante della guarnigione che,
accompagnato dal capitano Pelous, era lì per bere insieme ai suoi soldati. Ciascun mercante gli parlava con serietà, cercando di catturare l’attenzione del militare con ampi gesti delle mani.
Occorre agire con discrezione.-
Ho già predisposto una scorta di dieci uomini -
Dieci non sono pochi ? - chiese un uomo magro e austero dal volto rapace, tipico dei banchieri e degli usurai.
No, nessuno oserà attaccare il carro dentro le mura-rispose il comandante con tono seccato.
Il capitano Pelous, distolse l’attenzione da quella conversazione noiosa, girò le spalle al comandante e ai mercanti e contemplò la sala della taverna avvolta nella semi-oscurità. Tutti gli avventori erano impegnati a bere e a raccontarsi storie e fra tutti uno dei soldati che parlava con gran foga e scuoteva vivacemente la chioma rossiccia sollevando il boccale di vino con forza. Il capitano Pelous riconobbe il giovane mercenario amburghese che si era unito alla guarnigione l’inverno precedente che, con forte accento nordico, declamava le sue avventure in terra di Boemia.
In un angolo appartato della taverna due uomini discutevano tra loro. Il più giovane dei due aveva una folta chioma nera, un fisico robusto e un’espressione seria che lo invecchiava di qualche anno. L’altro, magro come un biscaglino, indossava gli abiti tipici dei garzoni di cucina, mentre il suo compagno vestiva una tenuta da saltimbanco.
Sei sicuro? - chiese il giovane, bevendo d’un fiato un bicchiere di rosso.
Certo Carmaux, non più di dieci uomini- rispose il cuoco- il comandante è troppo sicuro di sé, guardalo come si pavoneggia con i padroni della città.-
Ci serviranno almeno cinque uomini.- disse Carmaux.
Sai dove trovarli?-
Certo, ma tu devi pensare alle pistole-
Non ti preoccupare, però ricordati che a me spetta il dieci per cento.-
Tranquillo- ribattè Carmaux- se le informazioni che mi hai dato sono corrette, fra non molto sarai il cuoco più ricco di Marsiglia.-
.
***
Il convoglio giunse puntuale alla porta meridionale; in lontananza risuonavano le musiche della festa di Nostra Signora della Guardia, tutta Marsiglia era accorsa per partecipare alla festività e approfittare del banchetto offerto dal vescovo e dai mercanti.
Il capitano Pelous si rese conto che dieci uomini erano troppo pochi per scortare tanto oro, ma il comandante la pensava diversamente e poi tutta la guarnigione era impegnata a presidiare la piazza centrale.
Ormai è tardi…-
Come signore?- chiese l’amburghese che era vicino a lui.
Niente! Pronti a partire Van Stiller- rispose il capitano.
La scorta si mise in marcia in direzione della guarnigione; il mercenario amburghese intuendo i pensieri del suo capitano accarezzò l’impugnatura della sua pistola per accertarsi che fosse al suo posto, pronta all’uso.

Dopo aver attraversato il porto e percorso il viale del lungomare, il drappello giunse all’ultimo tratto di città che lo separava dalla guarnigione: non vi era anima viva e dai vicoli che di solito brulicavano di popolani non giungeva alcun rumore.
Il primo colpo fu per il capitano Pelous e lo colse in pieno volto, facendolo cadere da cavallo morto stecchito. Subito Carmaux e i suoi compari balzarono fuori dai loro nascondigli e si avventarono come furie sui soldati. Il conducente della carrozza non fece in tempo a capire che cosa stesse succedendo che fu raggiunto da un colpo al petto. I soldati colti di sorpresa quasi non reagirono e furono sopraffatti, ma Van Stiller, abituato ad assalti ed imboscate, impugnate spada e pistola si gettò nella mischia come un leone. I compari di Carmaux, non aspettandosi una simile reazione, furono a loro volta massacrati. Manquise, che si era subito precipitato dentro la carrozza per impossessarsi del baule pieno d’oro, non si accorse che il mercenario aveva fatto scempio dei suoi compari. Van Stiller però aveva agito tardi, tanto che i banditi erano riusciti a trucidare tutti i suoi camerati; così Carmaux si trovò solo davanti ad un baule colmo d’oro. Il giovane saltimbanco pensò ai suoi compagni: Ibanez il catalano, Michalak, Rougerie e Castaignede con i quali aveva affrontato tante sfide e diviso tanti bottini e fu lesto ad afferrare la cassa e partire di gran carriera nel buio verso la città., svicolando sicuro nelle viuzze più nascoste che conosceva come le sue tasche, abituato com’era a trovare rifugio in esse.
-Lampi d’Amburgo!- tuonò una voce alle sue spalle – Non ti lascerò fuggire così facilmente con il prezioso carico!-
Il ladro s’infilò nelle fogne nel tentativo di sfuggire al suo inseguitore, ma l’altro lo seguì nel ventre di Marsiglia.
A un tratto furono costretti a fermarsi e, dopo essersi fronteggiati per qualche istante, Wan Stiller si lanciò sull’avversario brandendo uno di quei sottili pugnali chiamati misericordie; ma Carmeaux non si fece sorprendere dall’attacco e con un calcio fece volare via il ferro.
I due si trovarono così ingaggiati in una lotta a mani nude, senza che nessuno dei due riuscisse a prevalere sull’altro in quanto la maggior forza del mercenario amburghese era equilibrata dall’agilità del più piccolo e più membruto ladro.
D’un tratto un colpo fece rotolare la cassa dell’oro verso le acque nauseabonde. Entrambi, come un sol uomo, fermarono la lotta per lanciarsi a recuperarla. Si guardarono in silenzio, poi Carmaux parlò per primo:
-Per la forca di Belzebù, che stiamo qui a lottare? Se andiamo avanti così finiremo per lasciare l’oro e la pelle a questi topi. Spartiamoci il bottino, ché ce n’è così in abbondanza che anche solo la metà basterà a ognuno di noi per vivere bene il resto della sua vita e lasciarne un po’ pure per la sepoltura della propria pellaccia.
-Tuoni d’Amburgo, se hai ragione! Ho già rischiato troppo la mia preziosa pelle nelle guerre per lasciarmi squartare da un ladruncolo di Marsiglia! Con questi soldi mi sarò finalmente guadagnato il congedo e la pace.
-Ben detto, amburghese! Ma chiamami Carmaux.
-E tu chiamami Wan Stiller. Che farai colla tua parte, Carmaux?
-Domani mattina m’imbarco su una nave per Maracaibo, mi comprerò un piantagione e vivrò al sole coltivando canna da zucchero e producendo rhum, vendendo la parte che non avrò bevuto…sono troppo stanco di questa vita da ramingo…
-E sia…non c’è un altro posto su quella nave?
-E che Belzebù ci protegga entrambi! Andiamo a suggellare questa amicizia con del buon vecchio vino di Spagna in attesa del sorgere del sole e della partenza pel Nuovo Mondo!
La mattina i due bravacci salirono sulla nave mercantile che salpava verso i territori spagnuoli.
Erano in mare da alcuni giorni, quando il cielo s’abbuiò e l’equipaggio della nave fu percorso da un tremito…Un legno pirata si avvicinava sempre più minaccioso oscurando l’orizzonte. D’un tratto il suono dei colpi scagliati dai bucanieri attraversò l’aria, i passeggeri illividiti dal terrore correvano in tutte le direzioni invocando l’aiuto del Cielo. Carmaux fermò il timoniere e chiese :
-Che legno è quello che si avvicina?
-Ma come? Non riconoscete la bandiera che svetta laggiù? E’ il temibile Corsaro Rosso, uno dei tre fratelli che terrorizzano i naviganti, imperversando nelle acque spagnole!
Ma il pover’uomo non fece in tempo a finire la frase che già la nave era presa d’assalto dai corsari, i quali come cavallette saltavano a bordo mettendo il legno a ferro e fuoco, lasciando una scia insanguinata dietro di sé. Il combattimento durò poco, l’equipaggio della nave mercantile non poteva rivaleggiare in forza con i temibili assalitori e ben presto fu costretto ad arrendersi.
I morti furono raccolti e gettati in mare in pasto ai pescecani , mentre i vivi erano messi in fila al centro della nave per essere passati in rassegna dal Corsaro Rosso.
Ed eccolo comparire vestito di un costume rosso tanto da sembrare avvolto dalle fiamme dell’inferno. Camminò lento e beffardo davanti ai prigionieri tremanti che invocavano mercé e gli chiedevano di risparmiare loro la vita; fino a che non raggiunse Carmaux e Wan Stiller e si fermò per la sorpresa:
-Come? Siete gli unici a non tremare davanti a me?-
E Carmaux, a voce alta:
-Noi non abbiamo paura nemmeno di Belzebù in persona! Non è così amburghese?-
-Ben detto, Carmaux…- gli fece eco Wan Stiller
-Hanno combattuto come belve feroci, è un miracolo che siano ancora vivi.- disse al Corsaro Rosso il suo secondo.
Il Corsaro li osservò e un mezzo sorriso spuntò sulle sue labbra non appena si accorso del brillio di bramosia negli occhi dei due bravacci nel guardare la sua preziosa sciabola.
-Vi garbano questi smeraldi dell’ Audiencia? Sono vostri se entrerete a far parte del mio equipaggio. I corsari hanno bisogno di combattenti coraggiosi come voi e la vostra fedeltà al mio oro mi garantirà la vostra fedeltà verso di me. Allora…sù...rispondete subito, accettate o no? I corsari non concedono mai una seconda possibilità!
-Accettiamo! Non c’è necessità di chiedere due volte!- risposero all’unisono Carmaux e Wan Stiller.

Fu così che i due bravi erano entrati nella Corsa, dapprima sotto il comando del Corsaro Rosso e in seguito, dopo la sua orrenda impiccagione per mano di Wan Guld, al comando di suo fratello il Corsaro Nero.





Capitolo 9 bis.
L'amore infelice di Morgan.


Morgan si ritirò nella sua cabina con una bottiglia di Xeres. Maracaybo era presa e la figlia del Corsaro Nero era al sicuro sulla "Folgore", ma su quella fronte imbrunita dal sole di tante avventure si leggeva un corruccio inusuale. La signora di Ventimiglia era una fiamma ardente, come suo padre, ma non era al defunto amico che correva il pensiero di Morgan. Mani così sottili, occhi così brucianti...li aveva visti una sola altra volta nella sua vita. Il viso di Isabella de Milagros si fece strada per la prima volta dopo anni, anni lunghi come secoli, nei suoi pensieri. Era bellissima. Una passionale spagnuola il cui ricordo sorgeva dall'inferno di una vita che oramai si era lasciato alle spalle. Si rivide ragazzo appena diciottenne. L'aveva conosciuta quando era morto suo padre,il Lord inglese che era andato incontro alla morte sul mare e che mai avrebbe pensato al suo erede come a uno dei più valorosi filibustieri. Il vascello battente bandiera inglese su cui viaggiava fu attaccato dalla fregata spagnuola su cui si trovava Donna Isabella. L'abbordaggio fu rapido quanto la morte del suo caro padre, con una palla d'archibugio in pieno ventre, mentre si batteva da gentiluomo. Il giovane Morgan, in preda alla disperazione, fu fatto prigioniero e tutta la forza del suo dolore si mutò in un violento e bruciante amore per una giovane bellissima che vedeva attraverso le sbarre mentre passeggiava sul ponte con il viso adornato di perle e d'ambra. Dopo qualche giorno si sentì trascinare verso coperta, era un marinaio che slegandogli i polsi dolenti lo informava che sarebbe diventato valletto di un passeggero. Nell'animo di Morgan ribollì il suo sangue blu ma invece che una condanna, il suo nuovo incarico si rivelò essere la realizzazione di un sogno:la Signora de Milagros lo aveva veduto e, folgorata dalla sua fierezza, l'aveva voluto per sé. Trascorsero insieme giorni meravigliosi, nascondendo quel loro amore clandestino e già progettando come avrebbero potuto vivere il loro futuro…forse in Inghilterra per far valere i diritti di sangue di Morgan, forse in Italia per fuggire dal padre di lei che mai avrebbe acconsentito all'amore con un inglese.

La loro fregata era parte della scorta di un galeone carico d'oro. La paura di essere attaccati dai corsari era grande. Un giorno all'alba l'almirante aveva gioito, riteneva di essere ormai troppo lontano dalle acque spagnuole per rischiare ancora. Non erano passate che poche ore che sei fregate battenti bandiera nera comparvero all'orizzonte veleggiando rapide e minacciose verso di loro. Il panico si diffuse quando le fregate furono abbastanza vicine da poter leggere “Folgore” sulla fiancata della più imponente. Era la nave più temuta dei Caraibi.
Morgan, intanto, conversava con la signora intenta a prendere la sua colazione. La porta della cabina fu spalancata di scatto. Era l'almirante che entrava e metteva al corrente la dama del pericolo che incombeva su di loro. "Signora, raccogliete le vostre cose e seguitemi sul ponte, fate presto" disse l'almirante scappando via. Morgan guardò interdetto donna Isabella. Ella, senza dire una parola, iniziò a raccogliere rapidamente gli oggetti di valore che aveva in vista. Mentre faceva per uscire, con il capo chino per evitare di incrociare lo sguardo di Morgan, egli la prese per un braccio e la strinse a sé. "Portatemi con voi!" disse concitato. Gli occhi erano ormai lucidi. Lei si divincolò e pronunciò soltanto un “no” fermo, sonoro, irrevocabile. Morgan si sentì perduto e affranto... chiese con un fil di voce: "Ordunque non m'amate?". Ella lo guardò gelida: "Non vi amo punto", si voltò e fuggì via.

La signora de Milagros, l'almirante, i nobili e i più ricchi scapparono con una baleniera e si misero in salvo come vili. I marinai erano senza guida, nessuno sapeva che fare. Quando le bocche di fuoco nemiche cominciarono a tuonare e le palle a piovere nessuno accennò a una difesa. Fu ammainata la bandiera spagnuola. Morgan salì in coperta, fuori di sé. Ferro alla mano iniziò a tagliare le corde a ogni prigioniero. La nave fu abbordata e presa in pochi minuti. Il Corsaro Nero in persona salì a bordo, la situazione era inaudita. Il vile almirante aveva abbandonato i suoi uomini in balìa della sorte. Il Corsaro, noto sui mari per il suo cuore magnanimo, abbassò il ferro innanzi a quei volti smarriti, domandò invece cosa stesse accadendo. Morgan, febbricitante di odio verso gli spagnuoli, raccontò del tradimento dell’almirante. Il Corsaro, colpito dal valore di Morgan e dei marinai, propose loro di seguirlo alla Tortue. Questi accettarono: egli stava offrendo loro delle speranze, e insieme a quelle anche una nuova vita. Fu così che Morgan e i marinai fecero rotta con il Corsaro Nero verso i Caraibi, dove vennero accolti tra i Fratelli della Costa.

Passò qualche tempo, la filibusteria era ormai una scelta di vita per Morgan. Quel piccolo Lord che era stato non esisteva più, ogni dolcezza d'animo era sopita, ogni amore era scacciato, ed ogni palpito si tramutava in forza. Sarebbe diventato il migliore degli scorridori dei mari.
Ora, la fierezza di Jolanda aveva fatto riaffiorare queste memori a lungo sepolte...ma andavano allontanate e Morgan doveva tornare a progettare nuove imprese.










CAPITOLO NONO -BIS-BIS

L’infanzia di Jolanda
Ma da dove veniva tanta fierezza, tanta totale mancanza di timore, così rari a vedersi in una fanciulla così lontana da casa?
Jolanda era l’unica discendente del più grande corsaro della Tortue. Nelle sue vene si era mescolato il sangue dell’uomo più valoroso del Piemonte e della più fiera dinastia spagnuola. Dotata di un coraggio affatto singolare questa figlia del mare e delle Alpi era giunta a Maracaybo per scoprire quei luoghi che in vita sua aveva solo potuto leggere. Era infatti grazie alle memorie lasciategli dal leggendario genitore che Jolanda aveva fatto l’esperienza dei flutti dei Caraibi e dei verricelli delle golette corsare. Essendo deciso a morire in Savoia per non sopportare oltre il dolore della perdita della moglie, il Corsaro Nero aveva scritto queste memorie onde Jolanda ne conoscesse le imprese e ne ricordasse la vita. Si trattava di cinque solidi libroni che avevano appartenuto a un monastero saccheggiato durante una scorreria, e che il Corsaro Nero aveva portato con sé custodendoli a lungo in attesa di servirsene.
Fu una sera cupa, a pochi mesi di distanza dalla morte della moglie, che il Corsaro chiamò uno dei fedeli servitori che certo non gli mancavano a Ventimiglia e ordinò: “Andate a cercarmi dell’inchiostro, una penna, e portatemi i volumi in pelle nera ricondotti dalle scorrerie del sud”. Quella notte stessa iniziò a scrivere, e la sua forte mano non smise di scorrere le linee se non quando l’ultimo pallido lume della candela si spense, impedendogli di discernere quanto andava raccontando. Quando un anno dopo morì per difendere la sua terra, aveva già completati quattro volumi consegnati nelle fide mani della sorella Rebecca, educatrice di Jolanda, che aveva ricevuto l’ordine di consegnarli alla bambina solo al compimento del suo tredicesimo anno.
Jolanda cresceva, amata da tutti come la figlia di colui che più lontano aveva fatta giungere la gloria di Ventimiglia. Aveva una tempra affatto singolare per una giovane donna qual era. La sua fibra si riconobbe subito come essere quella del Corsaro quando uscendo a passeggiare rientrava solo al calar del sole . La figlia del Corsaro Nero non conosceva fatica.
Della nobile madre Jolanda aveva invece tutta la bellezza, che portava con dignità ed eleganza. Allo sguardo sprezzante ereditato dal Corsaro si univa un viso di una delicatezza indicibile, il che rendeva Jolanda capace di suscitare al tempo stesso timore e attrazione.
Quantunque coraggiosa e assetata di avventura, fino al suo tredicesimo anno la giovane seppe sempre poco delle imprese del signore di Ventimiglia. Conosceva appena il suo valore e qualche breve racconto a cui dava il peso della leggenda. Ma la sera del suo compleanno Rebecca la fece chiamare.
“Jolanda” disse stringendo tra le sue le mani della giovane “è per te giunto il giorno di sapere veramente che uomo era tuo padre”
“Non lo so già forse?” si stupì la ragazza “Un nobile piemontese e un avventuriero dei mari del sud” disse senza esitazione alcuna.
“Tante sono le cose che non conosci, mia cara.” disse Rebecca con dolcezza “Prendi, questi libri contengono le memorie che tuo padre ha scritte per te e che io ho custodite fino ad oggi” e le consegno i volumi.
“Ti ho cresciuta come una figlia, e credo di non sbagliare pensando che la loro lettura cambierà il corso della tua vita”.
Jolanda non si prese nemmeno il tempo di ringraziare, corse in camera e aprì il libro che portava il numero “uno” scritto in caratteri romani. Aprì il volume e lesse la dedica:

Figlia mia,
quando leggerai queste righe io sarò già lontano
il breve tempo che ci è stato concesso insieme mi è stato sufficiente per capire
che saprai essere una donna coraggiosa e onesta.
Queste mie memorie sono per te, perché il ricordo di tuo padre
non sia cancellato dal tempo, e perché tu possa andare fiera del nome che porti.
Non vi troverai che la verità.

Queste poche righe la spinsero a continuare la lettura per tutta la notte, giacché non poteva staccarsi dalle parole del padre.
La sorella del Corsaro aveva visto giusto, da quel giorno la vita della fanciulla di Ventimiglia non fu più la stessa. Leggeva e rileggeva in quei libroni la storia della conquista di Maracaybo e di Gibraltar, le bevute sulle tavolacce delle peggiori taverne di Panama e i nomi dei migliori marinai delle Tortue che avevano giurato fedeltà al capitano della Folgore. Fu qui che per la prima volta lesse il nome di Morgan e degli altri valorosi che lo avevano accompagnato nelle innumerevoli vittorie a un passo dalla morte. Lesse della madre, e di come si fossero ritrovati sulle coste della Florida nonostante l’ostinazione delle tempeste.
Capì che uomo straordinario era stato suo padre, il più grande gentiluomo con i camerati che meritavano il suo favore, ma spietato fino alla crudeltà con i traditori dei fratelli della costa. Quante volte si trovò a ripetere “morte agli spagnuoli!” ripensando alla barbara uccisione del Corsaro Rosso e del Corsaro Verde!
Quella lettura ne portò altre. Jolanda percorreva le mappe trovate tra le carte del padre, e studiava il nome delle correnti e dei golfi delle coste del Messico, conosceva le popolazioni di indigeni e le loro caratteristiche. Avrebbe potuto governare una nave dando ordini precisi per ogni uomo e ogni vela. Col tempo imparò a divinare i cambiamenti del vento e ad orientarsi senza bisogno di altro che del cielo.
Un giorno che Rebecca la chiamava per scendere in paese la fanciulla non si trovava da nessuna parte. I vicini si misero all’opera temendo per la giovane una grave disgrazia. Ebbero a cercare per delle ore e poté calare la notte prima che qualcuno avvistasse un fuoco in lontananza. Vi si precipitarono e la trovarono là, perfettamente tranquilla. Essendo queste genti arrivate con il fiato spezzato per la fatica e i visi colmi d’inquietudine Jolanda chiese risoluta “Non credete sia abbastanza scaltra per passare una notte all’aperto? ” Gli abitanti di Ventimiglia riconobbero nei suoi occhi la fierezza del Corsaro Nero e stettero in silenzio. Il mondo non era più lo stesso per Jolanda. La fanciulla sentiva forte il richiamo delle onde del mare dei Caraibi, e sognava di ordinare il fuoco alle santebarbare a poche leghe dalle coste del Messico.

La prova che la figlia del Corsaro Nero poteva portare con fierezza il suo nome arrivò un pomeriggio estivo, quando la giovane aveva ormai quindici anni. Camminava per le vie di Ventimiglia quando sentì dei rumori provenire dalla casa di un uomo noto per concedere prestiti in cambio di pegni. Si avvicinò e distinse le urla di due uomini. Jolanda capì subito che qualcuno stava cercando di rubare e si nascose meditando cosa fare per impedire la fuga del balordo. Quando questi si precipitò fuori dalla casa, Jolanda gli urlò di fermarsi, e questi credendosi scoperto dai gendarmi mandò una bestemmia e se la batté verso i boschi, inseguito dalla giovane. Il ladro si spinse fino a un dirupo, dal quale non pareva aver via di scampo.
Jolanda si fermò a qualche passo e gli intimò fermamente “Lascia quello che hai rubato e renditi alla giustizia, è meglio per te, furfante!”.
Vedendosi inseguito da una fanciulla dall’aria così indifesa l’uomo scoppiò a ridere e le rispose “Chi me lo ordina, una ragazzina?”.
Jolanda si riempì di rabbia, raccolse da terra una pietra pesante e la scagliò decisa contro l’infame. Questi fu colpito alla testa e cadde senza sensi. Jolanda prese il sacco con la refurtiva, rientrò in paese e lo consegnò al derubato, mentre i gendarmi accorrevano ad arrestare il brigante.
“Signora, non potrò mai esservi abbastanza grato, ditemi cosa posso fare per dimostrarvi la mia riconoscenza e lo farò” disse l’uomo recuperando il maltolto dalle mani.
“Voi non dovete ringraziarmi, mio padre ha reso più giustizia e onore a questo paese di quanto io potrò fare mai” disse Jolanda sistemandosi i neri capelli sulla fronte.
L’accaduto fece molto parlare a Ventimiglia, ma Jolanda non se ne gloriò oltremisura. Si guardava dalla vanità come dalla peggiore delle pesti. Aveva già capito che la sua vita non poteva continuare lontano dalle sartie e dai paterazzi di una nave corsara. La sera saliva nella sua stanza, stendeva a terra le mappe del padre e consultava le sue memorie, leggendo le su imprese come se lo avesse accompagnato durante la presa dei castelli più inespugnabili dell’America del sud.
“Se mi ha lasciato questi scritti” ripeteva con sempre maggior convinzione “è perché voleva che seguissi le sue tracce”.
Grazie a quelle pagine Jolanda era riuscita a ricostruire le rotte dell’ammiraglia corsara e della sua flotta avventurosa. Segnava sulle mappe i punti di avvistamento di galeoni e caravelle, e le strategie per raggiungere i porti sfruttando i venti e guardandosi dai pericoli.
Aveva tutte le intenzioni di lasciare presto Ventimiglia , veleggiare verso sud per rivendicare la sua eredità. Trovare degli uomini ancora fedeli al padre e disposti a proteggerne la figlia non fu certo un problema. Jolanda poté addirittura scegliere chi imbarcare e chi lasciare a terra, tanti si presentarono al suo cospetto giurandole fedeltà. Costituì così una truppa di vecchi uomini di mare e si mise alla loro testa.
Il mattino della partenza, mentre la goletta si staccava dal molo e i colori delle case liguri sbiadivano nel grigio dell’alba il più vecchio marinaio, nominato luogotenente, levò il cappello e urlò “Un triplo hurrà per la figlia del Corsaro Nero e i fratelli della costa!” Gli uomini risposero levando tre volte le loro voci e lanciando in alto i cappelli . Le gote della giovane si velarono di rosso, mentre gridava il suo “hurrà!” insieme agli altri.

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