Quella maledetta estate ...
…La sera, in radio, sembrava di impazzire: nella stanza senza finestre, con la consolle impolverata, l’aria sintetica seccava la pelle mentre fuori finivano le lucciole e cominciavano i grilli.
Per questo quando finalmente si chiudevano i microfoni e lei aveva salutato l’ultimo ascoltatore solitario, dopo poche curve in ripida discesa fermava la macchina e si sedeva nel fosso a guardare la notte.
La terra era ancora bollente, l’erba sul ciglio sembrava verdura cotta, ma i prati, i filari riprendevano fiato piano piano e lei stava ad aspettare , fumando, di avere un po’ di freddo.
Un soffice frullo notturno, uno strisciare lieve, e i pensieri potevano allargarsi ad occupare tutta la valle; in radio non pensava mai, tutto era scandito dalla lunghezza delle tracce sugli LP, bisognava assolutamente evitare il silenzio, il tempo morto.
Quello invece era il momento del tempo vuoto, ed avrebbe davvero potuto essere morta, chi se ne sarebbe accorto? Questa idea le piaceva, le dava un senso di libertà.
Una di quelle notti improvvisamente, dopo una curva della sterrata si era trovata davanti decine di piccole civette disorientate per il caldo, che fissavano attonite i fari dell’auto.
Aveva dovuto scendere e spingerle dolcemente con i piedi, raccoglierle con le mani e ammucchiarle nel fosso e sotto i cespugli di biancospino, mentre le becchettavano caviglie e polsi fino a farla sanguinare.
Le era sembrato un segno da notte dell’assurdo, come se stessero per sbarcare gli alieni, e si era seduta ad aspettare, tra frullare di piume ovattate e flash di occhi catarifrangenti, per vedere cosa altro sarebbe accaduto.
Rita C.
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