17/03/07

Suicidio: treno

Prima parte: Alessandro

Non sono mai stato una persona troppo fantasiosa. Me lo diceva sempre la maestra Laura dopo ogni tema: “Corretto, scorrevole…ma un po’ banale”. La triade della mia vita, la mia colonna sonora. Un’ultima nota stonata, direte. Sì, tutto già visto, tutto già provato. Anche i miei sogni sono sempre stati banali. Potevo forse scegliere un suicidio orignale? Non si rinnega la propria vita proprio quando si decide di finirla, non è vero? E che diamine, il peso della tradizione, un po’ di sano conservatorismo...dove andremmo a finire se ogni suicida volesse fare il primo attore e reclamasse la prima pagina del gazzettino della sua città? Io non sono mai stato uno con manie di protagonismo…essere lasciato in pace, ecco quel che chiedevo: pace… pace…pace…ma come si può combattere per ottenerla? Farsi violenza per ottenere la pace? Non sono mica Bush io…e poi sono un codardo, un pacifico, tranquillo, inoffensivo codardo: insomma non un tipo da spararsi una rivoltellata o da legarsi una pietra al collo, figuriamoci bere del veleno…no, doveva essere qualcun altro responsabile: ma la gente è egoista, tremendamente egoista…persino quei pezzenti di immigrati del quartiere si sono rifiutati di farlo. Una buona azione e un buon gruzzolo: ma loro no, nein, non erano azzazzini loro. Stupidi. Ora capirete perché il treno, no? Ci pensa lui, non si fa dei problemi lui, niente morali e moralismi. E non vuole neanche esser pagato…questo mi doveva far subodorare l’inganno… Ma che volete, quando si è codardi e per di più romantici, è l’unica soluzione; insomma Anna Karenina. Fottuta letteratura. Ma si sa, oltre a non esserci più mezze stagioni, i treni non sono più quelli di una volta…lo sferragliare...lo sbuffo di vapore…io li adoravo…colpa di Monet…fottuta cultura. Uno pensa pensa pensa e non conclude più niente, non vive più. Non si accorge nemmeno di quanto sia stupido buttarsi sotto le rotaie a mezzo chilometro dalla stazione. Pigrizia, ecco il mio peccato preferito. Il resto, per chi vuole sentire lo strazio dei parenti, l’incredulità dei conoscenti e la giusta ira dei passeggeri per il ritardo è a pagina 17 del Resto del Carlino del 16/06/2005.

Seconda parte: Claudio

Ecco, se siete tra quelli che leggono questo schifo di giornale un qualche pubblicista fuori albo e senza paga vi avrà già raccontato la sua diagnosi. Avevo tentato di uccidermi per paura e codardia. E invece no, cari miei, dal mio punto di vista la codardia sarebbe stata la soluzione, anzi la migliore prevenzione, al problema. Non mi stavo suicidando per un eccesso di vigliaccheria, ma per un istante di eroismo. La storia si era svolta così: durante una delle mie passeggiate serali con la mia scusa al guinzaglio, un pastore tedesco artritico e senza nessun interesse per i luoghi in cui lo trascinavo, avevo incontrato i miei carnefici. Due uomini vestiti di nero che stavano prendendo a calci un terzo steso per terra, vicino al molo. Bene, se la mia indole non mi avesse tradito e il mio fegato non fosse stato in vena di protagonismi quell’unica sera in tutta la mia vita, il mio cervello non avrebbe avuto dubbi tra un gesto eroico e una fuga discreta.
Gli sarebbe bastato un veloce calcolo dei pro e dei contro:
Pro: salvare la vita a uno sconosciuto, stringere la mano alla propria coscienza, condonarsi qualche anno di purgatorio
Contro: rischio di fare la stessa fine, di venire minacciato, di disturbare qualche grosso affare e doversi poi nascondere, cambiare vita; congenita estraneità all’eroismo e disgusto per ogni atto d’indipendenza, amore smodato per il quieto vivere e tutte le sue tentazioni.

Abbastanza facile come scelta no? E invece no, mentre il mio cuore e le mie gambe sono già sul divano di casa sento la mia voce che urla: “Ehi voi, smettetela o chiamo la polizia”. Da non credere. La buona azione del piccolo boy scout, il coscienzioso padre di famiglia, il poliziotto di quartiere, l’eroe qualunque, il bravo cittadino, l’angelo dei consigli buoni che vince il demone cattivo. Una vita rigidamente ispirata all’ignavia spazzata via da una sola frase, un rigurgito di un’educazione troppo cattolica rinnegata in tarda età.
All’arrivo del rambo in borghese i due lasciano la preda e corrono verso di me, che nel frattempo, riacquistate le mie facoltà mentali scappo trascinandomi dietro una bestia al cui cospetto nemmeno il più vigliacco dei bravi si sarebbe allontanato. Il giorno dopo né il giornale né la Tv parlano di uomini percossi o uccisi vicino al molo. Pare che la mia pazzia sia stata utile. Avevo salvato una vita. Solo su un divano con un giornale in mano. Non proprio l’immagine del supereroe. Bella fregatura il senso del dovere.
Vorrei uscire per una passeggiata trionfale per le vie del centro. I passanti che mi stringono la mano, il macellaio che si offre di servirmi gratuitamente, le madri che mi porgono i loro bambini perché li accarezzi, l’offerta delle chiavi della città, un premio in mio onore, una medaglia al valore, l’uomo che ho salvato che mi offre la sua villa a Capri e una Bentley con autista per raggiungerla.

Poi, all’improvviso, la retorica di questo sceneggiato a basso costo si blocca. La pellicola si riavvolge e si aggiungono delle scene. Nuova produzione, si allargano le inquadrature. Mentre cammino per strada due tipi vestiti di nero mi seguono da lontano. Quando vado in comune per ritirare il premio che mi spetta una mercedes grigia mi sta alle costole. Rientro a casa e mi pare che qualcuno sia già stato qui. Mi osservano, mi studiano, aspettano il momento per farmela pagare. Capisco allora che la divinità a cui era dedicata la vita che ho salvato, una divinità che nel mio disegno ha una coppola al posto dell’alloro e una lupara come ramo d’ulivo, vuole un’altra vita in cambio. La mia. A me la libertà di scelta tra una prigionia lenta e tormentata, dove ogni lettera contiene pallottole, o un ritiro dalle scene discreto e meditato.

Ed eccolo qua il genio del suicidio perfetto. Quello che solo un macchinista cieco e paralitico avrebbe investito sulle rotaie dopo un rettilineo di 500 metri a 60 all’ora. E adesso mi devo beccare l’interrogatorio sul perché l’ho fatto e sul perché no, chi sono, dove vivo, di cosa ho paura e perché mi nascondo. Ci mancava solo l’appuntato con la seconda elementare per rendere indimenticabili i miei cinquantadue anni di vita. “Mi volevo far tirar sotto da un treno” era la mia versione. “Inconsulto tentativo di distendersi sulla sede ferroviaria affinché il mezzo sopraggiungente lo uccidesse previo passaggio dello stesso sul suo corpo” era la trascrizione.
Ho cambiato idea, avrete il vostro morto clamoroso e i vostri vicini che hanno sentito un colpo sordo- Ma Era Una Così Brava Persona- . Non c’è tra voi un filantropo che abbia una pistola da prestarmi?

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