UN TERRIBILE INCONTRO
Avete presente la classica fuga dal mondo? Quella che sogni tutta la vita ma nella maggior parte dei casi non trovi il coraggio di fare? Quella che è diversa per ogni persona ma che alla fine potresti riassumere con un: mollo tutto e tutti e me ne vado dall’altra parte del mondo completamente solo (o sola, nel mio caso)?
Ecco, io l’ho fatto. Ed è stata un’esperienza indimenticabile, non come quelle che racconti agli amici con gli occhi sbarrati, i gesti enfatici, e la collezione di fotografie, più completa di quella di figurine ai tempi delle elementari o delle medie. No, questa vacanza mi guarderò bene dal descriverla ai conoscenti, perché mi ha segnata indelebilmente; forse potrei parlarne con uno psicologo, uno di quegli strizzacervelli con le poltrone in pelle fuori dallo studio e la segretaria dalla minigonna vertiginosa, la camicetta bianca aperta e gli occhiali, che ti fissa insistentemente mentre tu aspetti il tuo turno con un giornale sollevato a mo’ di scudo, sperando di sentire al più presto chiamare il tuo nome…
Insomma, basta divagare e passiamo al dunque. Il mio viaggio era iniziato nel più banale dei modi, con un lunghissimo volo in aereo verso uno di quegli arcipelaghi tropicali che sembrano esistere soltanto nei dépliant delle agenzie di viaggi, e una sistemazione confortevole presso un bungalow vicino alla spiaggia.
Il primo giorno trascorse nella monotonia più desiderabile per noi instancabili lavoratori: sole, mare, spiaggia, ancora sole, e ancora mare, e poi frutti tropicali, e un caldo piacevolmente insopportabile. Sfidata la solitudine, dapprima con le armi dell’i-pod e delle riviste di tendenza (dedicate a moda, cosmesi e alle più roboanti novità sul mondo dello spettacolo), e poi con l’estremo rimedio dell’abbiocco, sono infine rientrata al villaggio. Quella che nelle mie fantasie si prospettava come una serata all’insegna di tavolate pantagruelicamente imbandite, sguardi lascivi lanciati ad abbronzati e muscolosi domatori di leoni, e balli scatenati sotto la guida immancabile delle ritmiche natiche di qualche giovane animatore, si trasformò invece nello sfondo di una tragedia mal imbastita, in cui nessun Deus ex machina scende per sbrogliare i nodi di una situazione ormai priva di vie d’uscita. E, lo dico senza esagerare, quella sera feci il più terribile incontro della mia vita.
Qualunque cosa voi possiate immaginare, è sicuramente lontana migliaia di anni luce da quanto mi accadde. Avanti, fate pure delle ipotesi… No, non ho incontrato il mio datore di lavoro, e nemmeno scoperto che il mio calciatore preferito è fidanzato con una befana di vent’anni più vecchia di lui, e neppure sono stata approcciata da un gobbo settantenne e l’alito aromatizzato al sapore di incenso e di gnocco fritto. Niente di tutto questo.
Mentre assaporavo voluttuosamente un cocktail alla frutta appena servitomi al tavolo degli aperitivi, mi sento chiamare per nome; ed ecco allora che, voltandomi nella direzione della misteriosa voce, incontro due occhi familiari su un profilo vagamente conosciuto. Solo dopo alcuni secondi, o forse minuti, riconosco in quel viso sorridente quello di un vecchio compagno di scuola, Rodolfo, perso di vista ormai parecchi anni prima. Rodolfo era stato il ragazzo più corteggiato non solo della nostra classe, ma dell’intera scuola; era un’icona presa da tutti come modello, uno di quegli individui che crea una nuova moda ad ogni minimo gesto. Nessuna di noi era mai riuscita a sedurlo, nonostante le poste sotto casa, i bigliettini durante i compiti in classe, le magliette attillate e gli abitini di due taglie in meno; lui era rimasto il divino, l’intangibile, l’ineffabile.
Ed ora se ne stava lì, a pochi metri da me, sorridente e disponibile, se non che…non era più lui; anzi, per essere più precisi, non era più un lui! Esploravo con gli occhi, cercando sconsolatamente, in quel travestimento carnevalesco, le tracce di un passato più glorioso. E, mentre la serata proseguiva in un film in bianco e nero su tempi ormai lontani, io non riuscivo a staccarmi da quelle palpebre rosate e dalle lunghe ciglia impregnate di mascara, da quelle guance perfettamente lisce e dalle sue labbra socchiuse, sensuali quanto la coppia di braccioli che usavo da bambina per imparare a nuotare; per non parlare del seno, due palle di gelato fritto rubate ad un ristorante cinese di seconda categoria… Insomma, Rodolfo si era trasformato in un’accozzaglia kitch che si faceva chiamare Caterina; e che, come mi avvidi il giorno seguente, in bikini non poteva nascondere un rigonfiamento sospetto al di sotto degli slip. Eppure, nonostante questo, riuscì nel giro di poco tempo a conquistare il mio “vicino di bungalow”, un villoso e virile esemplare di essere umano su cui avevo messo gli occhi addosso fin dal primo giorno.
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